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IL TEATRO DEL MONDO

Del Natale il presepe è la prima immagine, iconografia esemplare della tradizione, paesaggi e architettura di un luogo che appartiene all'infanzia di ciascuno ed è per questo parafrasi delle memorie familiari.

Al di là del suo apparato di simboli religiosi e cristiani, il presepe è teatro antico e ingenuo, spazio di affettuosa composizione e di domestica rappresentazione del mondo, orizzonte di segni e di figure partecipato in qualche modo da tutti, anche dai non credenti, perché allegoria del paese, microcosmo di una realtà sognata più che vissuta, dove i conflitti si stemperano e vince l'armonia.

Quanto viene messo in scena attorno al tema della Natività evoca, da un lato, l'irruzione del Divino nella storia e, dall'altro, la dimensione quotidiana del vivere all'interno di un'ideale comunità umana.

Collocato tra le pareti di una stanza semibuia, quasi sospesa nel gioco misterioso delle luci intermittenti, ovvero custodito in piccole ed eleganti bacheche o sotto campane di vetro, il presepe, sia esso colto o popolare, esteso o miniaturizzato, è essenzialmente racconto, plastica narrazione di un evento centrale che si fonda sulla costruzione di un "recinto" o spazio sacro entro il quale il tempo declinato nella ciclicità delle sue sequenze si rinnova eguale e presente. Fulcro della rappresentazione sembra essere la grotta, ove convergono i raggi delle stelle di cartone, gli scoscesi e tortuosi sentieri del villaggio, i passi e gli sguardi dei pastori carichi di offerte. Ma, a guardar bene, l'ordine cosmogonico disegnato dal presepe è dato dalla fitta trama delle relazioni spaziali, dal tessuto connettivo degli elementi topografici, dalla tridimensionalità dell'impianto scenografico, dalla rete di reciprocità descritta tra architetture e fondali, tra percorsi e statuette. Il groviglio di umanità, che anima la vita di questo teatro del mondo reinventato tra le mura domestiche, si dispiega attraverso l'illustrazione dei vari mestieri e la presentazione in forma di processione dei numerosi doni che pur nella loro sostanziale povertà valgono ad arricchire l'ordito dei legami e dei vincoli di riconoscimento della comunità.

Pur nello scomporre e ricomporre ogni anno la scenografia, variando o aggiungendo particolari, introducendo nuove figure o adoperando nuovi materiali, immutato resta tuttavia l'impianto complessivo della rappresentazione, l'idea della comunità, la sostanza narrativa del viaggio inteso come percorso simbolico verso la grotta ma anche come ricerca attraverso la memoria delle origini e dell'identità. Il paesaggio agropastorale del villaggio ricostruito si accompagna a scorci di un improbabile Oriente, frammenti di una Palestina immaginaria, con minareti in lontananza e sporadiche palme in mezzo al deserto di sabbia. Francesco Faeta ha osservato che "alcune volte, turrite mura di una Gerusalemme che sembra uscita da un fondale dell'opera dei pupi campeggiano sullo sfondo, in altri casi palazzi fortificati o loro ruderi si inscrivono nell'ambiente, altre volte ancora i resti di un tempio classico ospitano direttamente la Natività". Al di là della loro verosimiglianza, ciascuno dei segni costitutivi della scena presepiale è carico di evidenti funzioni simbolico-rituali: così il ponte che sormonta un breve ruscello scintillante di carta stagnola; così il piccolo lago con le acque sospese su cocci di vetro o di specchi; così le montagne di sughero, le fronde d'arancio, i candidi fiocchi di neve sfilacciati dall'ovatta e infine le stelle con al centro la cometa d'argento che brilla alta nel cielo blu di cartapesta. Nessuno di questi elementi paesagglstici trova riscontro in sicure fonti documentarie e tutti, pur ispirandosi con libertà ai testi della storia sacra, si richiamano ad una radicata tradizione orale e popolare, formatasi essenzialmente su una felice commistione di idealità artistiche e bisogni devozionali.

Dalla letteratura dei miti alla costruzione tridimensionale del presepe i passaggi, le migrazioni e i percorsi di segni e di simboli non sono né lineari né unidirezionali. Come accade per tutti i fatti culturali, la genesi delle prime rappresentazioni plastiche della scena della Natività è riconducibile a vicende e fenomeni diversi, la cui influenza è stata reciproca e sincronica. Come ha rilevato Gennaro Borrelli, "Presepe ha significato di greppia che per l'occasione fu adoperata quale culla: la più antica chiesa che porta questo nome è quella di Santa Maria ad Praesepe, ora S.Maria Maggiore in Roma. Il luogo dove sin dal tempo di Papa Liborio (fondatore della basilica) si adoperava un simulacro simboleggiante il divino evento è ora ubicato nella cappella Sistina della chiesa stessa, e rappresenta un piccolo ambiente, a forma di cripta, ove sin dal 354, anno in cui fu istituita la festa della Natività, si celebravano messe nel giorno di Natale, davanti ad un simbolo della sacra mangiatoia, sostituito, secondo la tradizione, tra il 642 ed il 649, dalle vere reliquie della sacra culla di Betlemme".

Se gli studiosi hanno accertato che gran parte dell'iconografia del Natale è mutuata dai Vangeli apocrifi non meno che da descrizioni e narrazioni antecedenti alla diffusione del cristianesimo, di provenienza dal mondo orientale e in particolare da quello siriaco, la tradizione presepiale è stata probabilmente modellata sulle forme e le strutture teatrali dei drammi sacri ma ancora più decisamente promossa e favorita dallo sviluppo che il tema della Natività ha conosciuto nelle arti plastiche e figurative. In questo senso, è ormai chiaramente riconosciuto il notevole influsso esercitato dal presepe napoletano su quello siciliano, considerati gli stretti rapporti sociali e culturali tra i due centri del Meridione e il ruolo politico ed economico preminente della città partenopea.

Apparso come oggetto di culto soprattutto all'interno delle chiese e diffuso in Sicilia a partire dal secolo XV, il costume di rappresentare la nascita di Gesù con statuine tridimensionali mobili riprende moduli spaziali e schemi formali della cultura figurativa già espressa su questo soggetto attraverso i codici miniati, i mosaici, le immagini a stampa, le pitture su pareti e su vetro, e soprattutto i bassorilievi in marmo. Basterà ricordare i nomi del Laurana e dei Gagini, i primi veri giganti della scultura presepiale siciliana, per identificare i modelli espressivi più compiutamente rappresentativi e risalire alle origini dell'illustre tradizione artistica. Il passaggio dalla esecuzione delle figure in pietra a quelle in legno a tutto tondo può essere storicamente considerato l'atto di nascita del presepe vero e proprio, che si caratterizza subito per la teatralizzazione delle composizioni plastiche e la forte impronta naturalistica affidata alla modellazione dei personaggi.

"Teatralità e naturalismo, ha scritto Antonino Buttitta, riflettono naturalmente un chiaro spostamento di interesse dall'evento della Natività in quanto tale alle composite scenografie e alle situazioni d'ambiente". Fra più antichi presepi siciliani è quello che si conserva nella chiesa di San Bartolomeo a Scicli, opera di fattura napoletana che si fa risalire al 1576 anche se ha subìto nel tempo reiterati interventi di restauro, con pesanti rimaneggiamenti e consistenti integrazioni.

A dare impulso alla pratica di disporre i gruppi di statue, realizzati anche a grandezza naturale, secondo una precisa e articolata ambientazione scenografica contribuirono senza alcun dubbio i Gesuiti, impegnati a divulgare anche attraverso questo nuovo strumento di comunicazione visiva la potenza della Chiesa post-tridentina unitamente al prestigio del proprio ordine religioso. Presepi monumentali erano allestiti davanti all'altare o nei chiostri e restavano esposti durante tutto il periodo natalizio: rituali novene eseguite da pastori con le tradizionali "ciaramelle" accompagnavano le visite dei devoti.

Già nella prima metà del XVII secolo è attestato l'impiego di figure mobili, scolpite in legno in piccola o in grande scala, all'interno di presepi montati nelle cappelle private dei nobili. Uscite dalle chiese ed entrate nelle case delle famiglie aristocratiche, le statuine crescono di numero e si arricchiscono sempre più di elementi decorativi che ne accentuano eleganza formale e vivacità realistica. Nell'assumere funzioni di arredo con ambizioni estetiche, i presepi che occupavano interi salotti erano destinati a diventare oggetti d'arte, motivo di vanto, di orgoglio e perfino di competizione. Quando si cominciarono ad usare materiali preziosi come l'oro, l'argento, la madreperla, l'avorio e il corallo, l'evoluzione del presepe in soprammobile in stile raggiunse il suo culmine. Chiusa dentro bacheche di vetro, la piccola composizione della Natività s'imponeva su antichi cassettoni o davanti a raffinate specchiere, rimanendo stabilmente esposta per essere a lungo ammirata. In epoca barocca, tra Seicento e Settecento, sicura perizia tecnica e accurata perfezione formale si coniugavano nella creazione di presepi artistici, a formato ridotto, di produzione prevalentemente trapanese. Mentre a Napoli si introducevano i manichini lignei rivestiti con le più ricche e sfarzose stoffe degli abiti della moda del tempo, in Sicilia la ricchezza e la ricercatezza nei gusti e nello stile erano date soprattutto dalla lavorazione a bulino delle pietre più pregiate, con le quali erano eseguite le piccole e splendide Sacre Famiglie, oggi in gran parte conservate presso il Museo Pepoli di Trapani. Nella stagione in cui le arti decorative conoscevano in tutta l'Isola uno straordinario e originale sviluppo, le maestranze trapanesi seppero interpretare con esiti di altissima qualità e creatività le esigenze di rappresentanza simbolica della ricca borghesia emergente locale. Argentieri e corallari diedero vita a un capitolo tutto nuovo e tutto siciliano della storia del presepe, attraverso la manifattura di piccoli gruppi scultorei raffiguranti la Natività inserita fra i ruderi di un edificio classico o nel folto di una rigogliosa vegetazione.

La sapiente commistione cromatica dei diversi materiali preziosi: il bianco intenso dell'avorio, il rame dorato, il rosso vivo del corallo, i contrastanti riflessi delle lamine d'argento sbalzate e delle gemme e degli smalti applicati, ha contribuito a fare, di queste minute ed elaborate composizioni, singolari opere d'arte la cui fama ha percorso tutta l'Europa. Fra gli autori di questi presepi si ricorda il maestro Giuseppe Tipa che con i figli Andrea e Alberto fu titolare di una prestigiosa bottega attiva a Trapani almeno fino alla fine del XVIII secolo.

Alla stessa città di Trapani e al nome di Giovanni Matera si legano le fortune di un'altra fondamentale pagina nella storia della cultura figurativa siciliana: l'arte della scultura modellata secondo le tecniche della "tela e colla". In legno di tiglio erano costruiti la testa e lo scheletro delle figure, su cui erano organicamente sovrapposte e morbidamente drappeggiate tele imbevute di colla e gesso a simulare i costumi dei personaggi. Matera fu insuperato caposcuola di queste particolari tecniche di scultura presepiale che troveranno in seguito applicazione nella realizzazione dei famosi gruppi dei Misteri della processione del Venerdì Santo. Le sue opere più significative si possono ammirare nel Museo Pitrè di Palermo e nel Museo Nazionale di Monaco di Baviera. Per il soggetto rappresentato e per la teatralità dispiegata nella forte carica gestuale e nell'audace torsione dei corpi, sono di straordinario interesse le figure che compongono le scene della Strage degli Innocenti. La brutale efferatezza dell'eccidio è riprodotta con sequenze plastiche ed espressionistiche che possiedono movimento e ritmo narrativo.

Tecniche e stile adoperati dal Matera furono a lungo modelli di riferimento per i costruttori di pastori dei presepi siciliani, grazie anche all'economicità dei materiali d'uso che favori una larga diffusione popolare di questa tradizione artigianale. Ciò non impedì nella lavorazione la sperimentazione di collanti a base animale, di nuove misture di argilla, stucco e pastiglia nella manifattura di composizioni scenografiche.

Un discorso a parte merita la produzione dei presepi in cera, particolarmente ricca nella regione iblea, che può vantare una storica e ancora fiorente apicoltura. La ceroplastica, attività praticata fin dal medioevo all'interno dei monasteri e dei conventi, diventò a partire dal secolo XVIII specializzazione dei cirari, che sfruttarono la versatilità e la duttilità della materia per eseguire ex voto, modellare santi e bambinelli e plasmare piccole Natività destinate ad una committenza non solo ecclesiastica. Dentro eleganti scaffarate le cere scolpite erano oggetto di culto ma anche di ammirazione artistica, per la varietà e la preziosità degli addobbi che spesso guarnivano i soggetti. Di notevole fattura sono le opere del siracusano Gaetano Zummo, tra i primi e il più celebre ceroplasta siciliano.

Nel Victoria and Albert Museum di Londra si trovano suoi gruppi statuari di grande pregio.

Attraverso documentate ricerche gli studiosi hanno accertato la paternità di non pochi presepi in cera. Sono, tra gli altri, noti i nomi di Anna Lo Fortino e di Rosalia Novelli di Palermo, di Giovanni Rosselli di Messina e di Ignazio Macca di Noto. Nel Museo Bellomo di Siracusa è possibile osservare parecchi esemplari della loro produzione ceroplastica, che ha attraversato tutto il Settecento fino a giungere ai primi decenni del secolo scorso. I temi della Sacra Famiglia, della Natività e dell'Adorazione dei Magi trovano negli effetti del bulino sulla docile cera un'accurata rappresentazione realistica animata da particolari espressivi e decorativi.

Alle soglie dell'Ottocento il presepe, definitivamente uscito dagli ambienti meramente ecclesiastici e aristocratici, comincia ad assumere connotati e caratteri popolari, diventa oggetto domestico rituale, entra anche nelle case delle famiglie meno abbienti, sia in città che nelle campagne. La svolta si può ricondurre all'evoluzione delle tecniche di lavorazione delle figure e, più in generale, ai mutamenti economici e culturali che investono la società siciliana. Sono gli anni durante i quali prende forma quella straordinaria tessitura di esperienze artistico-figurative che ha caratterizzato la vita e la cultura delle classi popolari dell'Isola nel cuore dell'800. Pitture su vetro e su carro, tavolette votive e cartelli dei cantastorie e dell'opera dei pupi sono alcuni dei prodotti e dei generi della tradizione iconografica siciliana che hanno conosciuto in quel periodo una fortunata stagione creativa. Ebbe particolare sviluppo anche in quegli anni la ceramica popolare e con essa l'arte dei flgurinai, ovvero degli artigiani che dall'argilla modellata ricavavano le statuine da presepe. L'introduzione degli stampi di gesso nel ciclo di lavorazione fu poi determinante per abbassare i costi e incrementare la produzione in serie delle figurine in terracotta. Da questo fatto tecnico e da questo preciso momento può farsi cominciare la storia del presepe popolare con le sue alterne vicende che continuano fino ai nostri giorni.

Se è vero che l'arte popolare pur muovendo da modelli culti non è di questi semplice o passiva ripetizione né imitazione più o meno fedele o sbiadita, la rappresentazione plastica della Natività a livello popolare, per le funzioni sociali radicalmente diverse a cui si richiama, si lascia riconoscere per determinati tratti distintivi, assunti in corrispondenza dei particolari significati e valori simbolici attribuiti alle opere. Così, le statuine d'argilla dipinte a forti tinte non sono più filologicamente riconducibili alla realtà storica dell'Evento rappresentato quanto piuttosto a quella metastorica del mito rievocato. Nella semplice forma di "pastori", i personaggi che partecipano al rito interpretano ruoli e vestono costumi che sono di un tempo diverso da quello narrato: sono contadini, artigiani, pellegrini, venditori, cacciatori e pescatori che hanno facce, fogge e posture appartenenti al mondo popolare e alla dimensione quotidiana delle comunità siciliane del secolo scorso. I possibili anacronismi, certe incongruenze geografiche e temporali, alcune vistose discrasie tecniche, la mescolanza di stili architettonici, sono motivati dal bisogno di attualizzare, dall'urgenza di avvicinare alla realtà umana e sociale del vissuto lo spazio sacro del presepe e i suoi abitanti. In questo orizzonte culturale più della stesssa Natività, illustrata dalle figure fisse e canoniche della Sacra Famiglia, sembra essere privilegiato lo scenario della vita materiale tradizionale, il mercato, le botteghe, i mestieri, il complesso sistema di relazioni tra i luoghi dell'abitare e quelli del lavorare.

Antonino Buttitta ha osservato che "mentre nei presepi d'arte la ricerca dei tipi è suggerita vuoi da compiacimenti arcadici, vuoi da una volontà di realismo esasperato letterariamente motivato, nei presepi popolari molto più semplicemente si tratta della rappresentazione del mondo in cui l'artigiano organicamente appartiene. E' significativo che in un presepe del Museo Etnografico di Palermo, proveniente da Caltanissetta, è compreso uno zolfataio, figura altrove insolita, ma nota nell'area nissena dove un tempo l'estrazione dello zolfo costituiva la principale attività economica".

Giuseppe Pitrè e Carmelina Naselli ci hanno consegnato veri e propri cataloghi delle tipologie dei personaggi e degli elementi del paesaggio rilevati, tra la fine del'800 e i primi decenni del nostro secolo, nei presepi apparecchiati di anno in anno nelle case dei siciliani. Nello spoglio di questi elenchi dettagliati spiccano la quantità e la varietà degli offerenti attraverso i quali si dispiega l'amplissimo repertorio delle offerte, una sorta di inventario di tutto quello che si può mangiare e desiderare, un'abbondanza di beni alimentari che sembra voler riscattare la precarietà esistenziale della tradizionale condizione contadina. Anche se nelle rappresentazioni siciliane non c'è quell'immagine pantagruelica del mondo che viene evocata nelle scene al mercato dei presepi napoletani, tuttavia resta visibile nella ricchezza dei poveri frutti della terra portati in dono dai pastori l'idea del paese sognato più che vissuto, immaginato più che realmente abitato. Nelle repliche degli stessi soggetti che variano per piccoli particolari si esprime la volontà narrativa delle composizioni, il gusto per il racconto popolare, la tendenza a scandire in sequenze il movimento delle azioni compiute dai personaggi. Così, modellando la posizione delle braccia atteggiate in modo tale da caratterizzare i tipi desiderati, l'artigiano può ottenere dallo stesso stampo statuine differenti per funzioni e ruoli: il pastore che prepara la ricotta, quello che la sistema nelle fiscelle, colui che si mette in cammino per donarla, ovvero la lavandaia che deterge il bucato, quella che strizza i panni, quella che li batte e li strofina contro la pietra del fiume. Si aggiunga che allo scopo di dare movimento e gioco prospettico all'ambientazione le figure sono solitamente foggiate a diversa grandezza, in corrispondenza della loro importanza e soprattutto in rapporto alla collocazione a cui sono destinate nella spazio della rappresentazione.

Né si trascuri il fatto che, diversamente dal presepe d'arte dove le statuette sono fisse e statiche, in quello popolare i pastori devono, di volta in volta, adeguarsi agli spostamenti funzionali allo scorrere cronologico della narrazione, dal Natale all'Epifania, e sono perfino suscettibili di sostituzioni sulla stessa scena, agiti e manovrati, sul palcoscenico di questo piccolo teatro mobile volto a restituire dal vivo in successione i vari momenti del viaggio umano verso il mistero della grotta, come marionette chiamate a raccontare una storia, la più antica storia del mondo. Non è senza significato, per esempio, che l'artigiano costruisce almeno due tipi diversi di Re Magi: quelli a cavallo (di rado su cammelli), da porre in cammino in mezzo al deserto e quelli genuflessi in adorazione, da sistemare nel giorno dell'Epifania davanti alla mangiatoia.

I gruppi e le singole figure del presepe popolare siciliano non sono sostanzialmente diversi per caratteri tipologici da quelli delle altre regioni italiane, ognuna delle quali ovviamente presenta specifiche e inconfondibili varianti relativamente alle tecniche di fabbricazione, ai repertori cromatici o agli aspetti stilistici. Tuttavia, sebbene la rappresentazione dei personaggi resti abbastanza uniforme all'iconografia canonica consolidata dalla tradizione storico-figurativa, nella manifattura popolare è più facile cogliere i tratti dell'identità regionale, se non addirittura locale, dei pastori, visibili in piccoli dettagli dell'abbigliamento o nei particolari degli oggetti e degli strumenti che recano in mano. Il Bambino Gesù è in genere modellato in cera, sdraiato con le braccia aperte. La Madonna è raffigurata sempre molto giovane, spesso in ginocchio a mani giunte, con il mantello azzurro sul capo e la veste rossa ampiamente drappeggiata. San Giuseppe è il vecchio avvolto in una lunga tunica gialla che si appoggia al bastone fiorito, bianco nei capelli e nella barba.

I Re Magi, come i loro paggi e servitori, sono in costumi orientali, vestono alla turchesca con vistosi turbanti e calzoni alla zuava. Gaspare, che ha tra le mani l'oro, è il più anziano e si riconosce per la sua barba bianca. Melchiorre e il moro Baldassare recano rispettivamente l'incenso e la mirra. Tra i pastori offerenti, universale e popolare è la figura del "Buon pastore", che porta sul collo una pecora o un agnello.

Nel presepe popolare siciliano si segnalano almeno quattro singolari soggetti: il "Padre Eterno", effigiato come un vecchio canuto, con le braccia aperte, il capo sormontato da un triangolo e una colomba ad ali spiegate sulla veste, simboli entrambi della Trinità; lo "spaventato", il giovane che esprime palese meraviglia di fronte all'Evento, generalmente rappresentato con le braccia protese sul viso; "Gennaietto", un vecchio coperto di cappuccio, che si scalda vicino al fuoco del braciere; e infine, "l'uomo che si toglie la spina dal piede", un personaggio colto in una posa di grande immediatezza naturalistica, ideato e foggiato per la prima volta dal trapanese Giovanni Matera e ripreso dai presepisti successivi. Dell'intensa attività di produzione delle statuine di terracotta a partire dall'800 gli studiosi hanno documentato le concrete vicende attraverso l'individuazione di scuole e botteghe, seguendo il filo delle influenze e delle mode del tempo e ricostruendo la trama di quel tessuto economico, sociale e culturale che ha promosso e favorito il consolidarsi in Sicilia di peculiari e originali linguaggi artistico-figurativi.

Caltagirone occupa nella storia del presepe popolare un posto di primissimo piano. Qui l'arte della ceramica, che può vantare un'antichissima tradizione, ha conosciuto uno straordinario sviluppo raggiungendo esiti di estrema raffinatezza. Qui operarono, tra la fine del 700 e la prima metà dell'800, Giacomo Bongiovanni e Giuseppe Vaccaro, nipote quest'ultimo del primo, maestri entrambi nell'uso dell'argilla sovrapposta in forma di sottilissime strisce sul corpo già modellato delle statuine.

Con questa nuova tecnica sono state realizzate non solo singole figure policrome ma interi gruppi familiari, scene campestri, animate liti tra comari, plastici bozzetti di attività domestiche quotidiane che, come ha scritto Antonino Uccello, "costituiscono in taluni casi, anche documento di usi, modi di vivere, comportamenti, utensili e attrezzi del mondo popolare siciliano". Ad attestare il prestigio e la popolarità raggiunti dalle opere dei presepisti calatini si legge in una Guida per la Sicilia del 1842, curata da Jeannette Power, che "nel suo territorio vi sono molte cave di finissima argilla che agl'industriosi cittadini serve di materia a formare statuette colorate esprimenti al vivo le fogge di vestire dei contadini di diverse regioni dell'isola. Per la loro naturalezza ed espressione sono ricercatissime dai forestieri".

Capiscuola di una bottega di figurinai che restò attiva a Caltagirone fino a qualche anno fa, i Bongiovanni Vaccaro hanno lasciato numerosi pastori e gruppi di presepi di finissima foggiatura e di grande pregio.

Alcuni di essi si trovano oggi nel Museo delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma, acquistati nel 1907 dallo studioso Lamberto Loria. A Modica nella chiesa di S.Maria di Betlem si può visitare un presepe monumentale, commissionato nel 1882 dai frati dell'omonima confraternita a Giuseppe Vaccaro Bongiovanni che vi lavorò, eseguendo i pastori, assieme al giovane Giacomo Azzolina e al frate Benedetto Papale, ai quali fu affidato rispettivamente il compito di modellare i santi, gli angeli e i magi e di curare l'ambientazione del paesaggio e le operazioni pratiche di allestimento.

E' appena il caso di precisare che con la creazione degli stampi e la loro libera circolazione l'universo sociale e culturale dei figurinai si è, nel corso del secolo XIX, ampliato e frastagliato. Gli stessi artigiani, in molti casi, fabbricavano anche tegole e mattonelle, vasi e stoviglie, formelle per i dolci e fischietti antropomorfi per i bambini. L'eterogeneità dei manufatti denuncia la profonda trasformazione avvenuta nell'organizzazione del lavoro e del mercato ovvero nel sistema delle competenze professionali e delle committenze commerciali.

A questi mutamenti strutturali si è accompagnata l'evoluzione dei presepi da composizioni artistiche di pezzi unici a opere artigianali di fattura seriale e di qualità diseguale. A fronte di una crescente domanda popolare, le botteghe si sono moltiplicate a Caltagirone e altrove, si è incrementata notevolmente la produzione delle statuette di terracotta, diventate mediamente più piccole di formato e vendute a prezzi concorrenziali. L'ampia disponibilità dei calchi che i ceramisti si tramandavano in famiglia di generazione in generazione ha, d'altra parte, contribuito a codificare i segni di riconoscimento delle botteghe più antiche, stabilizzando tipologie e linguaggi espressivi. Tant'è che da uno stesso stampo, con piccoli ritocchi, si potevano ricavare fischietti antropomorfi e figurine da presepe.

Antonino Uccello ha notato che "il fischietto che rappresenta un contadino che cavalca un asino è perfettamente uguale a uno dei Re Magi, che a sua volta, con estrema facilità, si può trasformare in un Garibaldi a cavallo".

La storia più recente del presepe siciliano ha conosciuto gli effetti devastanti della profonda crisi che ha investito, a partire dagli anni del secondo dopoguerra, la società contadina e la cultura folklorica, la progressiva massificazione dei consumi e dei gusti, il lento declino di quel rito domestico a cui fondamentalmente si lega la tradizione popolare della rappresentazione plastica della Natività. Alla generale decadenza di ogni forma di produzione dell'arte popolare in Sicilia si è accompagnata la chiusura di molte delle botteghe dei figurinai,la sostituzione delle statuette di terracotta con quelle in celluloide e in plastica, la standardizzazione dei modelli e il generale impoverimento dei repertori. Più gravi sono state le conseguenze sul piano culturale, dal momento che il collasso del circuito di trasmissione di oggetti e conoscenze ha provocato la destrutturazione del sistema delle maestranze e la dispersione di preziose e antiche collezioni, rischiando perfino di determinare la definitiva cancellazione delle abilità e dei saperi tradizionali connessi al mestiere.

Con l'introduzione sul mercato dei materiali sintetici prodotti dall'industria, il presepe sembra aver perso gran parte del suo fascino originario, minacciato se non soppiantato dalla moda imperversante dell'Albero o come questo adottato con funzione di semplice addobbo di luci e di arredo da salotto.

Nonostante ciò, la parabola storica di questo "piccolo teatro della memoria" non può ritenersi definitivamente conclusa. Nuove stagioni e nuove fortune possono dischiudersi sull'orizzonte del presepe, con il recente recupero e il rilancio già avviato di antiche e prestigiose botteghe, ma anche attraverso l'affermazione di moderni orientamenti stilistici e formali che in direzione della scultura d'autore tentano di battere nuove strade sperimentali. Tra gli artigiani più illustri oggi attivamente impegnati, tra tradizione e innovazione, a dare un futuro all'arte di foggiare statuine di terracotta vanno ricordati almeno i nomi di Mario Lucerna di Messina, Angela Tripi di Palermo, Mario Iudici, Enzo Forgia, Francesco Scarlatella e Enzo Venniro di Caltagirone.

Con la semplicità di un tempo o con nuovo estro inventivo essi tornano a dare vita e forma agli umili e antichi pastori, estratti dall' argilla degli stampi come lo furono gli uomini nel gesto primordiale del mito della creazione.

Se il presepe non è destinato ad essere confuso con le altre rutilanti e suggestive suppellettili del nostro Natale, se non è un'effimera cornice al nostro nevrotico desiderio di immagini coreografiche, è perché nel piccolo spazio di quella vita rappresentata c'è probabilmente un frammento della vita vissuta, e di questa quella costituisce, a livello delle strutture profonde, una forma di riscatto, una metafora della nostra identità.

Nell'apologo di Edoardo De Filippo il presepe, piantato dal protagonista come una bandiera nel cuore di una casa lacerata da contrasti insanabili, sembra avere il valore di un accanimento anacronistico, di un irriducibile ammutinamento.

Quella "cosa commovente", di cui parla Luca Cupiello, quel presepe così inutile e per ciò stesso così necessario, diventa strumento di resistenza ideologica e culturale, luogo simbolico entro il quale è possibile dare soluzione alle insopportabili contraddizioni del nostro tempo.

Il presepe, dunque, come argine alla cancellazione della memoria, come segno di rifondazione della vita. Ecco perché "fare il presepe" ogni anno non è soltanto un rito, domestico e familiare. E'un pò come "rifare il mondo" o provare a fare, come scrive Vincenzo Consolo, "la nuda creazione di un ritaglio del mondo".

Antonino Cusumano

Articolo © La Sicilia Ricercata

News inserita il 13/11/2002 da Redazione Siciliano.it
nella categoria Feste e Sagre
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